Produrre contenuti è un’attività sempre meno costosa.
Se fino a pochi anni fa c’era bisogno di uno studio professionale per produrre un video di qualità, oggi è possibile farlo con una telecamera digitale ed un computer, con costi contenuti ed in tempi molto minori. Analogamente, è possibile pubblicare contenuti su un blog, con un vasto pubblico di lettori, senza dover sostenere ingenti costi di stampa e distribuzione. Infine, migliaia di volontari stanno scrivendo la più grande ed aggiornata enciclopedia solo perché, con internet e i wiki, è diventato possibile farlo.
L’evoluzione tecnologica e sociale hanno quindi reso possibile la nascita di una nuova figura nell’ambito della creazione culturale, quella del PRO-AM, l’amatore professionista, una persona che svolge un’attività con intento amatoriale, creando prodotti (o contenuti) di livello professionale.
Recentemente alcuni ricercatori del CATO Institute hanno pubblicato uno studio sulla crescita del fenomeno pro-ams, delle reti decentralizzate di produzione di contenuti e sulle conseguenze a livello di copyright.
Tim Lee commenta che la conclusione dello studio, che ipotizza una produzione culturale libera dal copyright perché non finalizzata al profitto, difficilmente si può adattare a certi tipi di prodotti culturali, ad esempio i film di gran successo e budget elevato, oppure i libri e certi software commerciali. Per certi prodotti, forse il modello di produzione centralizzato può effettivamente essere il migliore.
Se i contenuti generati dai pro-ams saranno superiori a quelli prodotti commercialmente in un determinato campo, allora sarà il mercato a farli prevalere, senza bisogno di abolire il copyright. In fin dei conti è già successo con Linux ed il software open source che gira su milioni di server.
Lo studio di F. Gregory Lastowka e Dan Hunter è liberamente scaricabile da qui: Amateur-to-Amateur: The Rise of a New Creative Culture